Vorrei una ricevuta

“Non vuoi la ricevuta?” Sembrava perplessa, sbalordita dal suo gioco. E questo, a sua volta, mi ha buttato fuori dal gioco.

Quindi ho dovuto pensarci. Non ho intenzione di cambiarlo, restituirlo, detrarlo o archiviarlo. Non confronterò il suo costo con qualcos’altro di stile, sostanza e qualità simili. Non ho intenzione di conservarlo per una data successiva, di donarlo a qualcuno che ne ha bisogno o di presentare una richiesta di rimborso assicurativo in caso di furto o smarrimento. Non lo brucerò accidentalmente. Non lo distruggerò intenzionalmente. Non mi mancherà quando sarà andato. Non me ne pentirò. Quindi no. Non vorrei una ricevuta.

“Sì, lo farei”, ho mentito. “Grazie”.

Ho fatto finta di piegare con cura lo scontrino a metà e di infilarlo nel sottile portafoglio bi-fold in pelle nera che mi portavo dietro nella tasca posteriore destra da sette anni. Dentro c’erano la mia patente di guida, una carta bancomat, una tessera della metropolitana, una tessera della Biblioteca Pubblica di New York, una tessera sanitaria scaduta, tre biglietti da visita senza nome del Ristorante Barolo della località di Soho che a volte usavo per accompagnare le persone a cene gratis scrivendo ” (1) antipasto + dessert ”sul retro, punteggiando e apparentemente sostenendo questa generosità con iniziali esagerate ma illeggibili, anche se non avevo alcun legame con il ristorante e, in effetti, non ci ero nemmeno mai stato. E ora, nel portafoglio accanto a quegli oggetti, anche se non volevo, c’era una ricevuta per un paio di scarpe da bowling taglia 9 noleggiate.

Mi ha guardato. Occhi nocciola. Non potevo scegliere tra il marrone e il verde, così li adottarono avidamente entrambi. Un mezzo sorriso, labbra carnose, i suoi capelli castano scuro consumati, ciocche selezionate che le cadevano intorno al viso in quel modo perfetto. Sembrava contenta che avessi preso la ricevuta, eccessivamente compiaciuta, qualcosa che non avevo notato in quel momento, confondendola invece per una vaga e fragile carica di energia sessuale e attrazione, del tipo che sgorga dal basso nonostante i nostri migliori sforzi all’occultamento e che di solito si spegne da solo se esposto anche a un accenno d’aria. Ci tornerei più tardi, naturalmente, dopo la bruttezza con i vicini, la polizia e le sue amiche, e me ne sarei aggrappato con feroce determinazione, presentandolo a chiunque volesse ascoltare, e specialmente a coloro che non lo avrebbero fatto. , come prova del nostro momento del concepimento, il giorno in cui il nostro piccolo universo di doppiezza è stato fecondato in una pista da bowling sudata.

***

Questa è la mia personale teoria del big bang; due corpi si incontrano in circostanze insolite e impossibili da duplicare, premuti insieme al momento giusto, nel modo giusto, alla giusta angolazione, non saranno mai più vicini che in quell’istante prima di esplodere a una velocità sempre crescente, per sempre si allontanano a spirale l’uno dall’altro finché non vengono assorbiti dalla materia più forte e più oscura. Nessuno migliora. Nessuno migliora con l’età. Nessuno impara dall’esperienza. Nessuno si ricorda di non farlo la prossima volta. Non c’è la prossima volta. E ci siamo mai allontanati l’uno dall’altro.

***

L’uomo in uniforme spinse verso di me un piccolo sacchetto di plastica attraverso la scrivania. Conteneva un semplice anello d’oro sottile, un orecchino di giada senza fiammifero e un portafoglio da donna in pelle nera con una linguetta pieghevole che si chiudeva con l’aiuto magnetico. All’interno del portafoglio c’erano la sua patente di guida, una carta bancomat, una carta American Express dorata, oro perché lei aveva insistito per averla anche se era più costosa e non conferiva al titolare alcun vantaggio utile o utilizzabile al di sopra e al di là dello standard carta verde, e che avevo già cancellato, una manciata di altre carte di credito, principalmente carte di negozi, carte che ero troppo sopraffatto per preoccuparmi di cancellare, un po ‘di contanti e una carta Ristorante Barlo per “(1) antipasto + dessert” punteggiata con iniziali esagerate ma illeggibili, un biglietto che senza dubbio si era tenuta per scherzo. Ho firmato il mio nome accanto al numero 39 come da istruzioni. Quasi alla porta, l’uomo in uniforme mi ha chiamato.

“Ehi, non vuoi la ricevuta?” Sembrava perplesso, sbalordito dal gioco. Ho sentito brevemente qualcosa per lui. Cos’era, simpatia?

“Sì, lo farei”, ho mentito. “Grazie”.